Breve storia del Rosario - Paolo Puliti organista

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Breve storia del Rosario


Tra le preghiere, che nel corso dei secoli, a partire dagli inizi del secondo millennio, hanno conosciuto una maggiore diffusione nell'Occidente cristiano, il Rosario è certamente la più amata.

Attraverso di essa tanti cristiani hanno risposto all'esigenza interiore di una preghiera contemplativa, capace di condurre il cuore alla comunione con il Signore nella semplicità e nella purezza.
Possiamo collocarne l'origine nell'Irlanda del IX secolo. Negli ambienti monastici, dove la ricerca della comunione con Dio costituisce l'unica occupazione, la forma di preghiera più importante per giungere a tale scopo è stata sempre la recita dei 150 Salmi di Davide. Attorno agli ambienti monastici si trovarono sempre però gruppi di laici desiderosi di preghiera contemplativa e continua, ma bisognosi di trovare forme adatte alle loro esigenze, cultura e ritmi di vita: ma erano pochi i laici che sapevano leggere e scrivere e i 150 Salmi troppo lunghi per essere imparati a memoria, perciò verso l'anno 850 un monaco irlandese suggerì la recita di 150 Pater Noster al posto dei 150 Salmi.
Dopo poco tempo il clero e i laici in altre parti d'Europa, come ad esempio nei paesi renano-fiamminghi, cominciarono a sostituire al Pater Noster, come preghiera ripetitiva, il Saluto Angelico, (che oggi è la prima parte della nostra Ave Maria) e per conservare alla preghiera quella dimensione contemplativa ed evitare che le eccessive ripetizioni la rendessero

meccanica, le 150 preghiere, chiamate Salterio del Pater Noster o Salterio di Maria a seconda della formula usata, furono ridotte a 50. L'insieme di 50 preghiere fu chiamato Rosario.
Nel XIV secolo Dom Enrico Kalkar, monaco della Certosa di Colonia e visitatore dell'Ordine raggruppò i 150 Saluti Angelici in decine e pose un Padre Nostro prima di ogni decina. Questo metodo fu fatto conoscere al priore della Certosa di Londra e da qui si diffuse in tutta l'Inghilterra e poi in Europa. Più o meno agli stessi anni appartiene il manoscritto (scoperto nel 1977 da Andreas Heinz) con un Rosario meditato, recitato dalle suore cistercensi di San Tommaso sulla Kyll, a una quarantina di chilometri da Treviri.

Verso il 1409 un giovane novizio della Certosa di Treves, Domenico Helian detto il Prussiano, per aiutare il suo spirito nel raccoglimento interiore in un momento difficile della sua vita religiosa, dietro consiglio del suo priore Dom Adolfo d'Essen, associò ad ogni saluto angelico, dopo il Nome di Gesù, una clausola che richiamava un mistero della Sua vita. L'uso di tali clausole era già comparso nel 14° secolo in ambiente cistercense, che ne aveva proposte circa 90. Tra il 1410 e il 1439 il certosino Domenico diede a questo metodo una vera e propria sistematizzazione componendo, per desiderio dei suoi confratelli fiamminghi, amanti del Salterio di Maria, una serie di 150 clausole divise in 3 sezioni corrispondenti ai Vangeli dell'infanzia di Cristo, della Sua vita pubblica e della sua Passione-Risurrezione.
Da qui in poi il Salterio di Maria venne chiamato anche "rosario" e in alcuni luoghi "corona", ovvero "piccolo serto".
Le 50 clausole di Domenico il Prussiano, che vennero a costituire il Rosario certosino, contengono tutti gli aspetti della vita di Gesù. Lo stesso Domenico, proponendo tale metodo di preghiera ne chiarì lo spirito:

"Non bisogna molto fermarsi sulle parole utilizzate qui o là nell'enunciato dei punti di meditazione. Ognuno può a suo gradimento, secondo la propria devozione, prolungare, abbreviare o anche modificare la materia in un modo o nell'altro, ciò dipende per ciascuno dal tempo che si ha e dalle disposizioni nelle quali ci si trova". È chiaro che si tratta dell'autentico spirito contemplativo che tende alla preghiera silenziosa in cui l'anima rimane interiormente attenta alla Presenza del Signore, totalmente immersa nell'esperienza del Suo Amore. La recita vocale è solo uno strumento per giungere a tale raccoglimento e può quindi essere interrotta quando l'anima sente di essere in Dio nel silenzio e ripresa quando sente di avere nuovamente bisogno di concentrarsi e orientarsi a Lui. Non è quindi neanche obbligatoria la recita di tutte le 50 Ave Maria, essendo più una questione di qualità che di quantità.
I certosini diffusero largamente questo metodo di preghiera. Originariamente l'Ave Maria terminava dopo la clausola, seguita dall'Amen e dall'Alleluia, perché non si era ancora diffusa la seconda parte di questa preghiera. Bisogna precisare che anche la seconda parte dell'Ave Maria è nata all'interno dell'Ordine Certosino, risultando come composizione di invocazioni e domande trovate per la prima volta in un breviario certosino del 13° secolo ("Sancta Maria ora pro nobis", "Ora pro nobis peccatoribus", "Sancta Maria Mater Dei", "Nunc et in hora mortis. Amen"). Si può, dunque, dire a ragione, che il Rosario è una preghiera nata in Certosa, Ordine monastico, che per l'estrema purezza e semplicità dello stile di vita, orientato a Dio come Unico e Sommo Bene, ha sempre avuto un legame specialissimo con la Santa Vergine, riflettendone come grazia di somiglianza la Sua Anima contemplativa unita più di tutte le creature al Suo Cristo Signore nello Spirito Santo.

Per diffondere questo metodo di preghiera i certosini riportarono due racconti di visioni. Il primo riprendeva una storia conosciuta fin dal 13° secolo: un monaco certosino in viaggio si ferma in una foresta per recitare le 50 Ave Maria che ha l'abitudine di offrire ogni giorno alla Vergine.
Sopravviene un brigante, che gli prende il cavallo e tutto ciò che ha e poi sta per ucciderlo, "quando vede una dama, molto bella che teneva in mano uno di quei nastri che servono a fare corone. Ad ogni Ave che il monaco recita Lei raccoglie sulle Sue labbra una rosa che attacca al nastro. Quando la corona di 50 rose è finita, se la mette sulla testa e sparisce. Il ladro si avvicina al monaco e l'interroga riguardo a quella donna. Il monaco gli dice quello che stava facendo ma lo assicura di non avere visto niente. E l'altro comprendendo che poteva essere la Madonna gli restituisce tutto."

Il secondo è il racconto di una visione che avrebbe avuto Adolfo di Essen, verso il 1429 e a partire dalla quale si aggiunse l'Alleluia dopo l'Amen alla fine di ogni clausola: la Vergine si trova circondata da tutta la corte celeste che le cantava il Rosario con le clausole di Domenico. Al Nome di Maria, tutti inchinavano la testa; a quello di Gesù piegavano i ginocchi; infine, terminavano il canto delle clausole con un Alleluia. Tutti rendevano grandi azioni di grazie a Dio per tutti i frutti spirituali prodotti da questa recita, e gli chiedevano di accordare a coloro che avessero recitato così il Rosario la grazia di un grande profitto per il loro progresso interiore.

Verso il 1470 il domenicano bretone Alain de la Roche inaugura una nuova fase della propagazione di questa pratica devozionale. Forse confondendo Domenico il Prussiano col fondatore del proprio ordine, forse per una "visione" che gli stessi Domenicani interpretano come "ispirazione", dà diffusione alla tradizione della Chiesa secondo la quale il santo rosario sarebbe stato ispirato a san Domenico per convertire gli eretici albigesi e i peccatori direttamente dalla Santa Vergine a lui apparsa.

Comunque sia, certamente S. Domenico non poteva servirsi di un Rosario sistematizzato come quello di Domenico il Prussiano ma una che potesse assimilarsi aquella preghiera difficilmente sarebbe stata sconosciuta a S. Domenico, vissuto tra la seconda metà del 1100 e il 1221: infatti, negli secoli nei quali si sviluppano il Salterio del Pater Noster e il Salterio di Maria , troviamo, proprio tra i Domenicani, fra Romeo di Livia. Di lui le antiche cronache dicono che "era molto devoto di Maria. Nelle sue prediche parlava sempre della beata Vergine...; non si saziava mai di ripetere il saluto angelico. Egli - si dice ancora - meditava a lungo i misteri di Gesù e di Maria ". Fra Romeo morì "stringendo nelle sue mani la cordicella coi nodi, con la quale era solito contare le mille Ave Maria che recitava ogni giorno; morì mentre inculcava nei frati questa devozione alla beata Vergine e al Bambino Gesù" (Salanac - Gui, De Quattuor, pp.161-162).
All'inizio la cordicella con la quale si contavano le preghiere, veniva chiamata "paternoster ",anche quando serviva per contare le Ave Maria. L'uso di una cordicella con nodi, chiamata "paternoster" era comune fra i domenicani già nel '200. Il capitolo della provincia romana del 1261 vieta ai fratelli cooperatori di portare i "paternoster " in ambra o in corallo. Fin da allora dunque i domenicani portavano la corona o contapreghiere.
Anche sant'Agnese di Montepulciano aveva il suo contapreghiere; era formato da " chicchi tenuti insieme da un filo ". Santa Caterina da Siena pure si serviva di un contapreghiere: una cordicella con nodi. Inoltre l'uso di recitare il salterio mariano: cioè 150 Ave Maria divise in tre " rosari ", era noto ai domenicani già nella prima metà del '200. Ne parlano, per esempio, fra Bartolomeo da Trento (+1251) e Tommaso di Cantimpré (+ 1260).
In conclusione esisteva ai tempi di san Domenico e anche prima la cordicella contapreghiere; inoltre l'uso del "rosario " di 50 Ave Maria e del salterio mariano di 150 Ave Maria era conosciuto nell'Ordine già nel '200.

Alano de la Roche ripropone la meditazione dei misteri in una triplice partitura (incarnazione, passione e morte di Cristo, gloria di Cristo e di Maria). Egli, inoltre, nel 1470 fonda a Douai la Confraternita del salterio della Beata Vergine Maria, i cui membri hanno l'obbligo della recita quotidiana del rosario, sollecitando così, a partire dalla Germania, la nascita di nuove e numerose confraternite mariane in tutta Europa.
Si sviluppò gradualmente un Rosario domenicano, la cui pratica trasformando la struttura di quello certosino sulla base del metodo di suddivisione di Dom Enrico Kalkar. Nel 1521 il domenicano Alberto da Castello riduce il numero dei misteri scegliendone 15 principali: ciascuno contiene un Padre Nostro, 10 Ave Maria e un Gloria al Padre e vienne soppresso ogni riferimento alla vita pubblica di Gesù.

Le varie indulgenze concesse a questo Rosario dai Papi, convinti della autenticità della visione di S. Domenico, contribuirono a ridurre la diffusione del Rosario certosino, che però non scomparve mai completamente. Del resto in alcune regioni della Germania e della Svizzera, anche nella struttura del Rosario domenicano cominciò a

stabilirsi l'uso di clausole aggiunte dopo il Nome di Gesù, che ricordavano quelle di Domenico di Prussia. I primi documenti pontifici sul rosario riguardano proprio i privilegi e le indulgenze concesse da papa Sisto IV alle confraternite mariane, integrate un po' alla volta dall'ordine dei frati predicatori.
Il Maestro Bartolomeo Comazi ottiene da Innocenzo VIII l'indulgenza plenaria " semel in vita et in morte " per tutti gli iscritti alle confraternite del rosario. Questa Bolla, del 15 ottobre 1484, viene riportata negli Atti del capitolo generale (1484). E' la prima volta che un capitolo generale menziona " il salterio della beata Vergine " e la " società o confraternita del rosario".
Su istanza del Maestro Gioacchino Turriani, Alessandro VI conferma (13 giugno 149.) i privilegi e le indulgenze già concessi agli iscritti alle confraternite del rosario e ne concede altri. Dopo la Bolla di Sisto IV i sommi Pontefici riconoscono espressamente lo stretto legame esistente tra il movimento rosariano e l'Ordine di san Domenico. Al Maestro generale dei frati predicatori essi affidano la direzione del movimento.
Per questo concedono esclusivamente a lui e ai suoi delegati la facoltà di erigere nuove confraternite del rosario; tanto che le fraternite

le fraternite, eventualmente fondate senza l'autorizzazione del Maestro generale dei Domenicani, non sono riconosciute dalla S. Sede.
Ai frati predicatori i sommi Pontefici concedono anche la facoltà " di predicare ovunque il salterio della beata Vergine o rosario ", senza cioè le limitazioni territoriali allora imposte dalle leggi canoniche. Le confraternite del rosario inoltre devono essere fondate nelle chiese dei Domenicani. Solo nelle città nelle quali non esiste un convento domenicano possono essere erette in una chiesa non domenicana. In questo caso però, nel decreto di erezione si dice espressamente che qualora i domenicani in seguito dovessero fondare un convento in questa città, la confraternita sarebbe passata nella loro chiesa (cfr. D'Amato, La devozione a Maria, o.c. p. 7173).

Il 29 giugno 1569, il Papa domenicano Pio V conferma al maestro dell'Ordine l'autorizzazione a erigere, in modo esclusivo, di persona o per delega, le confraternite del rosario. Pubblica poi la bolla "Consueverunt Romani Pontifices " (17 sett. 1569), che si può considerare la " magna charta " del rosario. Il Pontefice vi descrive l'origine del rosario, il nome, gli elementi essenziali, gli effetti, la finalità e il modo di propagarlo.
La bolla contiene la definizione classica di questa preghiera: " Il rosario o salterio della beatissima Vergine Maria - scrive il santo Pontefice è un modo piissimo di orazione e di preghiera a Dio; modo facile e alla portata di tutti, che consiste nel lodare la stessa beatissima Vergine, ripetendo il saluto dell'angelo per centocinquanta volte, quanti sono i salmi del salterio di Davide, interponendo a ogni decina la preghiera del Signore, con determinate meditazioni illustranti l'intera vita del Signore nostro Gesù Cristo " (Bullarium D. P., V, p.223). In questo documento il Pontefice dichiara, per la prima volta, che per lucrare le indulgenze del rosario è indispensabile la meditazione dei misteri. Questa dichiarazione ufficiale contribuisce a diffondere l'uso già esistente di inserire brevi meditazioni sui misteri durante la recita del rosario.

Nel 1572 lo stesso Pontefice, canonizzato nel 1712, istituisce con la bolla "Salvatoris Domini" la celebrazione liturgica di Nostra Signora della Vittoria, nella convinzione del possente intervento di Maria del Rosario a favore delle forze navali cristiane contro la flotta turca, distrutta nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Nell'anno successivo, portando a compimento l'opera del predecessore, papa Gregorio XIII con la bolla "Monet Apostolus" istituisce la festa solenne del Rosario, inserendola nel calendario liturgico alla prima domenica di ottobre.

Pio IX (1846-1878), il Papa dell'Immacolata, invitò la Chiesa alla recita del Rosario per il buon esito del Concilio Vaticano I con la lettera Egregiis suis del 3 dicembre 1869.

Leone XIII fu detto il "Papa del Rosario", per i numerosi documenti che dedicò a questa preghiera. Fu, la sua, una sorta di "politica del Rosario", con esso si assicurava un "esercito di contemplativi" grande quanto tutto il popolo cristiano, unendolo in una supplica corale di fronte ai mali della società, come egli stesso indicò nell'Enciclica Supremi Apostolatus Officio del 1° settembre 1883.
Fu in risposta a questo appello che il beato Bartolo Longo formulò la celebre Supplica. Anche i successivi Pontefici hanno incoraggiato il Rosario, e quasi tutti ne hanno fatto oggetto di significativi interventi.

Pio X, forse tenendo presente il cospicuo magistero del suo Predecessore, si è soffermato sul Rosario in documenti "minori", come nella lettera apostolica Summa Deus del 27 novembre 1907, scritta in occasione del cinquantesimo delle apparizioni di Lourdes, sottolineando come tale "fatto meraviglioso" abbia accresciuto il culto verso l'Immacolata e verso il "suo santissimo Rosario".

Benedetto XV, il Papa che per primo recitò la Supplica in Vaticano, nel documento dedicato al VII centenario della morte di san Domenico Guzman, presenta il Rosario quale rimedio e conforto nei duri momenti della prova, essendo una prece "meravigliosamente idonea a nutrire e a far sorgere in tutte le anime la carità e le virtù". Per lui è un pio esercizio da rendere abituale ovunque, e che raccomanda caldamente, specialmente in quest'epoca così perturbata.

Pio XI, nella Ingravescentibus malis del 1937, scrive che il Rosario è vero "breviario dell'evangelo e della vita cristiana", è un "mistico serto", una "mistica corona" amata da tutti i cattolici, a qualunque condizione appartengano; pio esercizio che, mediante la contemplazione dei misteri di Cristo e della Madre, è sprone alla pratica delle virtù evangeliche e ravviva la speranza suprema dei beni eterni. Il Rosario è una preghiera che, mentre inculca l'amore di a Dio, insinua anche la carità verso il prossimo, che negli ultimi tempi appare illanguidita e raffreddata nel cuore di molti uomini; per cui i sacerdoti devono incentivarla tra i giovani e nelle famiglie, tra gli adulti e negli aderenti all'Azione Cattolica.

Pio XII, nella Ingruentium Malorum del 1951, sottolinea il significato del Rosario per la famiglia, sullo sfondo della crisi crescente di questa istituzione, e invita alla preghiera del Rosario, consapevole della "sua potente efficacia per ottenere l'aiuto materno della Vergine". I misteri della redenzione, contemplati e pregati dal credente, specie dalle famiglie, mostrando i fulgidi esempi di Gesù e di Maria, aumentano lo zelo cristiano dei buoni, riaccendono la speranza della Chiesa e rammentano agli smarriti che il Signore non salva con la spada, ma col suo solo Nome. La preghiera cara alla Vergine ispira anche una profonda compassione verso il dolore che ancora attanaglia l'umanità e molti cristiani, a motivo della terribile e inumana seconda guerra mondiale, che egli in tutti i modi aveva cercato di evitare.

Pio XII ha anche il merito di aver coniato, in una lettera del 1946 all'Arcivescovo di Manila, un'espressione poi divenuta ricorrente nel magistero dei suoi successori: il Rosario della Vergine può essere considerato sintesi, compendio di tutto il Vangelo.

Giovanni XXIII fece numerosi interventi perché i fedeli, mediante il pio esercizio del Rosario, dell'Angelus, della pia pratica del mese di maggio, implorino l'intercessione della Madre di Gesù, da lui costituita Celeste Patrona del Concilio per il buon esito dell'assise ecumenica. Atto non formale ed episodico, visto che influirà non poco nella redazione della mariologia del Vaticano II, icasticamente espressa nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen Gentium. Durante il suo pontificato ha messo in rilievo la maternità universale della Vergine, anche in ordine alla Chiesa, amando in modo particolare il titolo di "Maria, Madre della Chiesa". Al Rosario ha dedicato due significativi documenti: l'Enciclica Grata recordatio, sulla recita del Rosario per le missioni e per la pace, del 1959; e la Lettera Apostolica Il Religioso Convegno del 1961, nella quale raccomandava questa preghiera esaltandone, contro le accuse di ripetitività e di poca originalità, la contemplazione mistica, la riflessione intima, l'intenzione pia. Secondo Roncalli, il Rosario è preghiera sociale, pubblica ed universale in ordine ai bisogni ordinari e straordinari della Chiesa, delle nazioni e del mondo.

Paolo VI, nell'esortazione apostolica Marialis cultus, del 1974, ha offerto valide indicazioni per la revisione e lo sviluppo della pietà liturgica e dei pii esercizi, dell'Angelus e del Rosario in modo particolare, sottolineandone la caratura trinitaria, cristologia, pneumatologica ed ecclesiologica, l'orientamento biblico, liturgico, ecumenico ed antropologico. L'insieme di tutti questi elementi ne fa un rimarchevole esempio di sintesi dottrinale, che non solamente convoglia la dottrina già esposta in altri documenti dai Predecessori e dallo stesso Paolo VI, ma applica ad essa, sviluppandoli, anche norme e principi generali enunziati dal Vaticano II. Infatti, nell'Enciclica Mense maio, del 1965, Montini aveva già esortato i pastori ad inculcare "con ogni cura la pratica del santo Rosario, la preghiera così cara alla Vergine e tanto raccomandata dai Sommi Pontefici", mentre nell'enciclica Christi Matri, del 1966, aveva invitato la comunità cattolica ad impetrare da Dio, mediante l'intercessione della Vergine con il suo Rosario, il dono celeste ed inestimabile della pace; concetto ripreso anche nell'esortazione apostolica Recurrens mensis october del 1969. Secondo Paolo VI, il Rosario è preghiera che propizia il gran dono della pace e rende i credenti operatori di pace, in quanto "meditando i misteri del santo Rosario, noi impareremo, sull'esempio di Maria, a diventare anime di pace, attraverso il contatto amoroso e incessante con Gesù e coi misteri della sua vita redentrice".

Anche se non ci sono documenti in merito, la profonda e sincera pietà mariana di Papa Luciani esprime la caratteristica della incisiva sobrietà, probabilmente attinta dall'esemplare modello ispiratore: la Madre di Gesù.

Giovanni Paolo II ha voluto, fin dall'inizio del suo lungo e fecondo pontificato, esprimere il suo profondo legame con la Madonna, dedicando a lei il suo motto: Totus tuus. Numerosissimi sono i documenti a lei ispirati. Al Rosario, in particolare, è dedicata la Lettera Apostolica Rosarium,Virginis Mariae, del 2002, nella quale egli ha delineato il bisogno della Chiesa di contemplare Cristo mettendosi alla scuola di Maria. Secondo le sue indicazioni, il contenuto del Rosario è il volto di Cristo contemplato con gli occhi e con il cuore di Maria.

Secondo le sue indicazioni, il contenuto del Rosario è il volto di Cristo contemplato con gli occhi e con il cuore di Maria. Esso si è rivelato una preghiera alla portata di tutti, ed insieme preghiera capace di far innalzare l'animo verso le vette della più alta contemplazione. La riflessione si porta poi sui contenuti: i "misteri" del Rosario, tra gioia, dolore e gloria, il Papa aggiunge l'arco dei misteri della luce. Con questo documento, pubblicato in occasione dell'inizio del 25° anno di pontificato, Giovanni Paolo II ha riproposto alla Chiesa del Terzo Millennio il Rosario come vera scuola di preghiera, capace di portare i fedeli alla contemplazione del mistero cristiano.

In modo più specifico, affermava il Santo Padre, "ciò che è veramente importante è che il Rosario sia sempre più concepito e sperimentato come itinerario contemplativo". Tale valenza contemplativa del pio esercizio mariano rappresenta una novità coraggiosa: il Rosario si configura - come la persona di Maria - anche quale mistico pellegrinaggio del credente nella contemplazione del volto di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo; proposta che costituisce un tema persistente e melodioso nella sinfonia della spiritualità e del magistero di Papa Wojtyla. Infatti, nella Novo Millennio Ineunte del 2001, ad esempio, uno dei cardini è proprio la contemplazione del volto di Gesù, seguendo i lineamenti tratteggiati dal vangelo e dalla sperimentata via della fede: è volto ora del Figlio del Padre celeste; ora del Figlio della Madre terrena; ora volto dolente; ora volto del Risorto. A duemila anni di distanza dall'evento dell'Incarnazione del Verbo, la Chiesa del XXI secolo nel volto di Cristo contempla il suo tesoro, la sua vera gioia. Per cui il Rosario, alla scuola di Maria donna della contemplazione, scrive convinto il Santo Padre, "costituisce un mezzo validissimo per favorire tra i fedeli l'impegno di contemplazione del mistero cristiano".

Webmaster: Paolo Puliti Collaborazione: Federica Frediani
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